| Il prato dei miei ricordi |
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di Francesco Niccolini «Avevo trentasette anni, ed ero seduto a bordo di un Boeing 747. Il gigantesco velivolo aveva cominciato la discesa attraverso densi strati di nubi piovose, e dopo poco sarebbe atterrato all'aeroporto di Amburgo. È proprio vero: sono di nuovo in Germania, pensai. Quando l'aereo ebbe completato l'atterraggio, la scritta "Vietato fumare" si spense e dagli altoparlanti cominciò a diffondersi a basso volume una musica di sottofondo. Era Norwegian Wood dei Beatles in una annacquata versione orchestrale. E come sempre mi bastò riconoscerne la melodia per sentirmi turbato. Anzi, questa volta ne fui agitato e sconvolto come non mi era mai accaduto.» Così inizia uno dei miei romanzi preferiti, Norwegian Wood, il capolavoro di Murakami Aruki, scrittore giapponese sui generis, dato che è il traduttore di autori come Truman Capote, Carver e Scott Fitzgerald. Bene: quest'anno la nostra non scuola di scrittura si occuperà di romanzo. Incipit di romanzi, per l'esattezza. E io vorrei utilizzare questo incipit per spiegarmi. «Sollevai il viso e, mentre guardavo le nuvole scure sospese sopra il Mare del Nord, la mia mente andò a tutte le cose che avevo perduto nel corso della vita. Il tempo passato, le persone morte o mai più riviste, le emozioni che non possono rivivere. Fino a quando l'aereo non si fu completamente arrestato e i passeggeri non si slacciarono le cinture e cominciarono a prendere borse e soprabiti dai portabagagli, rimasi tutto il tempo in quel prato. Assaporavo il profumo dell'erba, sentivo il vento sulla pelle e i gridi degli uccelli. Era l'autunno del 1969, e di lì a poco avrei compiuto vent'anni.» Da alcuni anni la non scuola di Rosignano lavora per bienni: prima due anni per scrivere racconti personali e un romanzo corale; poi due anni per arrivare a scrivere sceneggiature e girare un film. Ora una scommessa di proporzioni sconsiderate: scrivere un romanzo personale. Ognuno il proprio. «Anche adesso che sono passati diciott'anni, riesco ancora a ricordare chiaramente quel prato e il paesaggio intorno. Le montagne, che una dolce pioggia interminabile aveva lavato dalla polvere di tutta un'estate, si erano ricoperte di un verde profondo e smagliante, nuvole lunghe e sottili aderivano perfettamente alla sommità del cielo, azzurro e trasparente come un lastra di ghiaccio. Il cielo era così infinito che a guardarlo fisso dava le vertigini. Nessun suono arrivava alle nostre orecchie, e non incontrammo anima viva. Vedemmo solo due uccelli di un rosso fiammante alzarsi in volo come se qualcosa li avesse spaventati. Mentre camminavamo, Naoko mi raccontava del pozzo.» Inizieremo nel modo più logico, cioè proprio dall'inizio, dall'incipit e dalla struttura, l'architettura di ciò vorremmo scrivere. Ogni allievo sarà seguito da un docente, e nel corso dei mesi si alterneranno momenti di arricchimento e momento di sperimentazione: ognuno a confronto con la pagina, e – inevitabilmente –, con la propria vita. Oppure negandola, la propria vita: come al solito libertà totale. «Strana cosa, la memoria. Nel momento in cui mi trovavo realmente lì, non mi rendevo nemmeno conto del paesaggio. Non mi sembrava che avesse niente di particolare, e non immaginavo neanche lontanamente che diciott'anni dopo avrei potuto ricordarmelo fin nei minimi dettagli. A dire la verità, in quel periodo non avrebbe potuto importarmene di meno del paesaggio. Pensavo solo a me stesso, alla ragazza così bella che camminava al mio fianco, alla nostra storia, e poi ancora a me. Era un'età in cui qualunque cosa io potessi vedere, sentire, pensare, mi tornava sempre nelle mani come un boomerang. Per giunta ero innamorato, e quell'amore mi aveva portato in una situazione terribilmente complicata. Non c'era nessuno spazio per accorgersi del paesaggio.» Indagheremo i meccanismi della scrittura, del ricordo, dell'invenzione, la pazienza dello scrivere e quella dell'ascoltare. Ci porremmo tutti i problemi che ci verranno in mente, in cerca di risposte, ben consapevoli che le domande sono sicuramente molte più delle risposte certe. Ma ormai siamo rassegnati a questa faticosa, eppure divertentissima, sperimentazione. «Eppure adesso la prima cosa che affiora nella mia mente è proprio quel prato tra le montagne. L'odore dell'erba, il vento che portava dentro sé un gelo sottile, il profilo dei monti, l'abbaiare di un cane: sono queste le cose che per prime mi si affacciano alla mente. Chiarissime. Talmente chiare che ho quasi l'impressione, se allungo la mano, di poterne seguire i contorni con le dita a una a una. Ma in questo paesaggio non ci sono figure umane. Non c'è nessuno. Naoko non appare, io nemmeno. E mi chiedo dove siamo andati a finire noi due. Come è potuto accadere? Dove è andato a finire tutto quello che ci sembrava così prezioso, dov'è lei e dov'è la persona che ero allora, il mio mondo? Ma è inutile, ormai non riesco nemmeno a ricordare facilmente il viso di Naoko. Quello che mi resta è solo lo sfondo: una paesaggio senza figure. Qualcuno potrebbe chiedersi il perché di tanto sforzo e di un investimento così importante da parte di un Comune e di persone che da otto anni credono che tutto ciò abbia un senso. Questa volta la risposta ce l'ho, e la prendo da un piccolo romanzo francese che trovo fondamentale nella mia formazione, Tutte le mattine del mondo, di Pascal Quignard: «Per il silenzio. Per l’amore. Per il rimpianto. Per l’abbandono. Per l’ombra dei nostri pensieri. Per ciò che è invisibile. Di più: un piccolo abbeveratoio per coloro che il linguaggio ha disertato, per l’ombra dei fanciulli, per addolcire le martellate dei fabbri, per gli stati che precedono l’infanzia, per quando si era senza respiro e senza luce. Per risvegliare i morti.» Lo so, mi lascio sempre prendere la mano. Ma amo questa non scuola come un bene prezioso che appartiene alla comunità e come tale merita la massima cura, in un mondo che fa proprio della mancanza di cura la propria caratteristica più feroce. Non mi appartiene, eppure mi appartiene. Mi emoziona, mi dà felicità, mi permette l'esperienza condivisa dell'arte dell'amicizia e della creazione. Allontana la solitudine e l'oblìo. «E solo se metto insieme tutte queste immagini, a una a una, allora il suo viso mi appare naturalmente, in un soffio. Prima riaffiora il suo profilo. Sarà forse perché io e Naoko camminavamo sempre fianco a fianco. Sì, dev'essere per questo che è sempre la cosa che ricordo per prima. Poi lei si volta verso di me, mi sorride dolcemente con il collo un po' inclinato e comincia a parlare, frugando nei miei occhi. Come se cercasse l'ombra di un pesciolino che guizza sul fondo di una chiara fontana. |